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5. La Gabbia Dorata II, L’Architettura del


di Membro VIP di Annunci69.it Roma22
02.02.2026    |    961    |    0 8.7
"Di consegnarti le chiavi del mio corpo?» mormorò lui, il respiro che si faceva di nuovo affannoso..."
La domenica mattina ci trovò immersi in un silenzio che non aveva nulla di domenicale. La casa, solitamente vibrante del caos dei bambini, era avvolta in una quiete irreale; Luca e Sofia erano ancora dai nonni, e lo spazio intorno a noi sembrava essersi dilatato, diventando un palcoscenico vuoto pronto per essere riempito dalle nostre nuove confessioni.

Eravamo nel mio studio, il luogo dove di solito progetto strutture e calcolo carichi. Marco era seduto sulla poltrona in pelle davanti alla mia scrivania, mentre io osservavo fuori dalla vetrata, guardando il giardino curato che un tempo era l'unico orizzonte che riuscissi a immaginare.

«Sento ancora il freddo di quella ghiaia sulle ginocchia,» dissi senza voltarmi, la voce appena un sussurro. «E sento ancora il sapore di ieri notte. Non è andato via, Marco. Nemmeno dopo la doccia, nemmeno dopo il sonno.»

Marco emise un respiro profondo. Lo sentii muoversi sulla sedia. «Non andrà via, Elena. Quello che abbiamo fatto sulla collina... è stato come abbattere l'ultimo pilastro portante della nostra vecchia vita. Pensavo che dopo il mare avessimo raggiunto il limite, ma ieri ho capito che il limite non esiste. Esiste solo la profondità delle nostre fantasie.»

Mi voltai a guardarlo. Era spettinato, con la barba di un paio di giorni e gli occhi segnati da una stanchezza che però brillava di un'energia oscura. Non era mai stato così vivo. La nostra unione, paradossalmente, si era rinsaldata proprio nel momento in cui avevamo iniziato a profanarla.

«Ti senti spaventato?» gli chiesi, avvicinandomi lentamente.

«No,» rispose lui, e la sua voce era ferma. «Mi sento... ricalibrato. È come se per dieci anni avessi vissuto in bianco e nero e ora i colori fossero così forti da bruciarmi la vista. Ma c'è una cosa che mi tormenta, Elena. Una cosa che non riesco più a gestire.»

Mi appoggiai al bordo della scrivania, incrociando le braccia. «Dimmi.»

Marco abbassò lo sguardo, le mani intrecciate tra le ginocchia. «È il potere che hai su di me. Non è più solo desiderio, è un'ossessione che mi toglie il fiato. Ieri notte, mentre eri in ginocchio e quegli uomini ci guardavano... io non ero più un marito. Ero un tuo suddito. Mi sento completamente soggiogato dalla tua potenza sessuale. Mi basta guardarti, mi basta pensare a quello che sei diventata, a come ti offri e come domini quegli sconosciuti, per perdere ogni controllo. Non riesco più a trattenermi, Elena. La mia volontà si dissolve non appena entriamo in quel mondo.»

Risi piano, un suono che sapeva di consapevolezza e di una nuova, eccitante crudeltà. Mi avvicinai a lui, sollevandogli il mento con l'indice.

«Sì, Marco, me ne sono accorta,» dissi con un sorriso malizioso. «Ultimamente vieni subito. Ti agiti, tremi, e schizzi come un adolescente non appena ti sfioro o non appena vedi uno sguardo estraneo posarsi su di me. La tua resistenza è crollata insieme alla tua dignità di maschio alfa, non è vero?»

Marco arrossì, ma non distolse lo sguardo. «Sì. È così. Sono vulnerabile davanti a te. Mi sento come se il mio piacere fosse una valvola che tu puoi aprire o chiudere a tuo piacimento.»

Accarezzai la sua guancia, sentendo la ruvidità della barba. L'idea di quel potere mi eccitava più di qualsiasi cantiere, più di qualsiasi successo professionale. Gestire la statica di un edificio era nulla in confronto alla gestione degli impulsi di un uomo che mi adorava come una dea crudele.

«Forse dovrei cominciare a controllarti di più, allora,» continuai, lasciando che la mia voce diventasse più autoritaria, più fredda. «Forse non è giusto che tu goda così facilmente, senza sforzo, mentre io porto il peso di questa nuova natura. Se sono la tua Regina, allora devo essere io a decidere quando il mio suddito può trovare sollievo. Dovrei essere io a darti il permesso di venire, Marco. Solo quando lo dico io. Solo se te lo sarai meritato.»

Vidi un brivido scuotergli le spalle. La proposta era una nuova frontiera, un passo ulteriore verso la destrutturazione della nostra intimità.

«Mi stai chiedendo di... di consegnarti le chiavi del mio corpo?» mormorò lui, il respiro che si faceva di nuovo affannoso.

«Non te lo sto chiedendo, Marco. Te lo sto comunicando,» risposi, raddrizzando la schiena e sovrastandolo con la mia statura. «Abbiamo creato un'architettura del desiderio basata sul mio potere. Ma una struttura non regge se non c'è disciplina. Da oggi in poi, sarò io la padrona dei tuoi orgasmi. Sarò io a dirti se e quando potrai venire, e ogni tua eiaculazione dovrà essere un tributo alla mia volontà, non uno sfogo incontrollato dei tuoi nervi.»

Mi chinai verso il suo orecchio, sussurrando con una dolcezza che faceva male.

«E se vedrò che non riuscirai a resistere da solo... se la tua carne sarà troppo debole per obbedire alla mia parola, troveremo qualcosa per aiutarti. Ci sono strumenti, Marco. Ci sono modi per assicurarmi che quel sesso che ieri è finito sulla polvere del Belvedere resti chiuso e protetto finché non sarò io a reclamarlo. Vuoi che la tua Regina si prenda cura di te in questo modo?»

Marco chiuse gli occhi e annuì lentamente, in una resa totale che era la sua forma più alta di piacere. «Sì, Elena. Fai di me quello che vuoi. Chiudimi. Controllami. Sono tuo.»

Sorrisi, sentendo il calore della vittoria scorrermi nelle vene. La Gabbia Dorata non era sparita; l'avevo semplicemente rimpicciolita, e ora Marco ci era dentro, felice di aspettare che fossi io a girare la chiave.

«Bene,» conclusi, allontanandomi verso la porta. «Comincia a esercitarti nel silenzio e nell'attesa. La giornata è lunga, e io non ho ancora deciso se oggi sarò una Regina generosa.»
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